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Guerre, dazi e tensioni geopolitiche: è la fine del mondo globalizzato?

Data pubblicazione: 26 maggio 2026

Autore: Letterio Angalo'

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Rappresentazione visiva dell'articolo: Guerre, dazi e tensioni geopolitiche: è la fine del mondo globalizzato?

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Il XX secolo è terminato con una promessa affascinante: la globalizzazione, un mondo così interconnesso che la guerra sarebbe diventata un’opzione troppo costosa e irrazionale. Il commercio, ci dicevano, sarebbe stato il miglior trattato di pace.

Eppure, guardando allo Stretto di Hormuz bloccato, alle crisi dei chip o alle tensioni finanziarie, abbiamo la sensazione che quella promessa sia andata in frantumi. Ma è davvero così? O forse stiamo solo guardando nel posto sbagliato?


La trappola della rete

Il punto di svolta per comprendere il nostro presente è un concetto chiave: il "chokepoint", ovvero il punto di strozzatura. Se pensiamo alla globalizzazione come a una rete, dobbiamo ammettere che ogni rete efficiente ha dei nodi critici.

Il problema è che, cercando di rendere il mondo più efficiente, abbiamo creato una struttura che trasforma i suoi punti di forza in punti di rottura. Non stiamo assistendo a una serie di "crisi" isolate, ma al funzionamento intrinseco di un sistema che ha concentrato tutto il proprio potere su pochi, fragilissimi colli di bottiglia.


L’arma invisibile: quando il dollaro diventa una sanzione

Fishman, nel suo recente libro Chokepoints, mette in luce una verità scomoda: nel Ventunesimo secolo, non serve necessariamente un esercito per occupare un territorio. Basta controllare i nodi attraverso cui passa tutto il resto: denaro, energia, informazioni.

Prendiamo il dollaro. Non è più solo una valuta, è un’infrastruttura, un nodo. Quando il sistema finanziario globale viene usato come arma (la cosiddetta weaponization), il mondo risponde. Le sanzioni alla Russia hanno avuto come scopo (ad oggi non del tutto raggiunto) di far collassare l’economia russa, escludendola dal commercio globale, attraverso l’esclusione dal circuito di pagamenti SWIFT.

La corsa all'oro delle banche centrali di mezzo mondo non è un gesto nostalgico, è una reazione razionale: proteggersi da un sistema che, se ti taglia fuori, ti soffoca.


Il Trilemma del potere

Siamo entrati in una fase storica in cui non è più possibile avere tutto. Come spiega bene l'economista Dani Rodrik e come evolve l'analisi di Fishman, esiste un trilemma impossibile: nessun Paese può mantenere simultaneamente:


  1. Una profonda interdipendenza economica;
  2. La propria sicurezza economica;
  3. La competizione geopolitica con altre potenze.


Il sistema sta scricchiolando proprio perché abbiamo provato a spingere su tutti e tre i pedali contemporaneamente. Oggi, il ritorno della competizione tra grandi potenze sta costringendo i Paesi a scegliere, e le "crepe" nel sistema globale si stanno allargando.


Oltre Hormuz: verso il chokepoint del futuro

Mentre lo Stretto di Hormuz o il Canale di Suez occupano le prime pagine, la vera partita si gioca altrove: sui chip. Taiwan, con la TSMC, rappresenta il punto di strozzatura più critico del futuro. È lì che si decide la prossima generazione dell'intelligenza artificiale e dei sistemi di difesa.

Il bosco è secco, e ogni nuova tensione geopolitica agisce come un fiammifero.


Cosa resta?

La conclusione è amara ma necessaria: probabilmente non stiamo vivendo la fine della globalizzazione, ma il suo ripensamento forzato. Le vecchie regole non funzionano più perché il sistema ha generato le condizioni per la propria instabilità.

Dobbiamo smettere di guardare alla cronaca quotidiana come a una serie di eventi casuali e iniziare a leggere la "geometria" di questo nuovo mondo. Perché, piaccia o no, il controllo dei nodi critici rimarrà il campo di battaglia principale del nostro secolo.


Cosa ne pensate? È possibile uscire da questa logica dei "colli di bottiglia" o siamo ormai destinati a vivere in un'eterna tensione geopolitica per il controllo dei nodi vitali dell'economia? Fatemi sapere scrivendomi su Whatsapp.



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